Lo scorso 27 Maggio, Saki Santorelli, referente mondiale della Mindfulness in un corso per istruttori svoltosi in Spagna (Remembrance 25/26/27 Maggio, Madrid) affermò: prestare attenzione è la istruzione fondamentale nel nostro programma Mindfulness (MBSR).

La attenzione è infatti sinonimo di coscienza.

Sebbene non ce ne rendiamo conto il nostro livello di attenzione è in generale povero, basso.

Facciamo un esempio: per quanto tempo durante una conversazione riusciamo a mantenere la nostra attenzione su ciò che il nostro interlocutore ci propone?

E’ probabile che non siamo neanche capaci di osservarlo però la nostra attività mentale è distribuita tra quello che lui/lei ci dice (messaggio A) e quello che dobbiamo prepararci a rispondere o dichiarare (messaggio B) più una miriade di altri pensieri o micropensieri che nascono e navigano in noi.

Messaggio A e messaggio B non sempre (anzi quasi mai) sono collegate.

Altro esempio: chiediamoci cosa abbiamo mangiato ieri, molto probabilmente non ce ne ricorderemo.

E quante volte ci è successo di non ricordarci se uscendo abbiamo preso le chiavi della macchina, il portafogli o questo e quello?

La Mindfulness è costellata di pratiche “informali” (così chiamate) che per l’appunto sono pensate per farci osservare questa triste realtà: la mancanza in noi, di una attenzione profonda, intensa e soprattutto costante.

Ma gli esercizi della Mindfulness non sono solo pensati per farci scoprire la nostra mancanza di attenzione, bensì per farci conoscere un altro tipo di attenzione.

Durante una prima fase di lavoro sulla Mindfulness (o lavoro sulla consapevolezza) si propongono “appuntamenti con noi stessi”. Esempio: una volta al giorno attraversando la porta dell’ufficio cerco di vivere una sensazione di me. Altro esempio: una volta al giorno fermiamoci davanti al primo piatto di un pasto e percepiamo le mani. Altro esempio: laviamo i piatti con attenzione, come se ogni piatto fosse il primo che abbiamo visto o l’ultimo che vedremo.

Il fuoco dell’esercizio non è tanto nel vivere una sensazione di me, ma l’osservazione che mi dimentico facilmente di essere lì, a quel ora, in quell’azione, con me stesso, con le mie mani.

Questi esercizi informali servono cioè a farci scoprire che passiamo la gran maggioranza della giornata in modalità meccanica. Tutto ciò che faccio o quasi è fatto, eseguito in modo meccanico.

Quindi in una fase iniziale non è tanto addestrare la nostra attenzione ma lo scoprire la nostra mancanza di attenzione, cui risultato è l’agire come burattini che meccanicamente si muovono, agiscono, “vivono”.

Collodi nel suo straordinario racconto Pinocchio descrive molto bene questo stato e le conseguenze di questa meccanicità.

Scoprirsi burattini non è bello, sentire che la nostra vita scorre in modo meccanico per la gran maggioranza della nostra esistenza è senza dubbio triste e a volte devastante.

Questa fase iniziale è quindi altrettanto delicata ed è il primo passo che ci porta a lavorare la accettazione.

Ma perché è così difficile osservare in noi uno stato di automatismo così acceso da permeare a volte l’intera nostra vita e ce ne rendiamo conto solo dopo una attenta e prolungata pratica?

Esistono probabilmente varie ragioni che un neuroscienziato apporterebbe. A me viene in mente quello che deduco/scopro ogni giorno sulla mia pelle e esperienza propria: sono/siamo naturalmente portati ad osservare e non ad osservarci.

Il processo di osservare porta alla identificazione con l’evento/oggetto osservato, sia esso materiale che non, può anche essere un pensiero che ci passa per la testa, un suono, una emozione che viviamo.

In questa situazione noi non esistiamo, esiste l’oggetto con cui ci identifichiamo, siamo tutt’uno con esso. Non possiamo perciò vederci/osservarci.

In questa situazione, nel migliore dei modi, la nostra attenzione è uno stato di coscienza che possiamo chiamare concentrazione.

Il processo di identificazione ci schiavizza e annulla, trasformandoci in meri esecutori di un qualcosa che non ci appartiene, al contrario siamo noi che apparteniamo a questo qualcosa.

Purtroppo, e questo è forse il peggior rospo da ingoiare, la passione o l’entusiamo sono sinonimo di identificazione. L’identificarsi con un un hobby, un lavoro, un sogno, la relazione con un partner è un processo di identificazione che in qualche modo ci allontana dal momento presente: in altre parole il momento presente è vissuto in funzione di quell’hobby, quel sogno, quella partner…

Ciò non significa che non si debbano vivere le passioni e non si debba vivere con passione, è inevitabile che ciò accada!

Con la Mindfulness non neghiamo, non rifiutiamo la nostra realtà, vogliamo solamente conoscerla da vicino.

Così ben vengano i momenti di entusiasmo anche perché ci danno la opportunità di osservarci in questo processo che ci assorbe e riduce: La vera bellezza è vivere anche la passione con la dovuta equanimità…