Il VideoKoan proposto a Natale da FunzionaMente per gli auguri di consuetudine è una semplice rivisitazione di un antico e popolare racconto che si dice appartenga alla collezione cinese Huainanzi [1].

Alla fine di questo articolo ne troverete una traduzione la più fedele possibile.

Il racconto può sembrare l’ennesima lezioncina della psicologia positiva della quale oggi siamo tutti vittima più o meno, e le pratiche Mindfulness non fanno eccezione.

Infatti, oggi è frequente vedere flyers di corsi Mindfulness o libri che nel loro titolo invitano a praticarla per raggiungere il “benessere” e, praticamente, risolvere l’eterna infelicità che ci attanaglia.  

In ogni racconto, ogni forma d’arte, ogni esperienza di vita, esistono diversi livelli di interpretazione.

Effettivamente, da un lato, il racconto del video, come quello del contadino cinese Sei Weng,  ci dice che una disgrazia o problema porta sempre con sé il seme della soluzione e che quindi ogni ostacolo può semplicemente essere visto come la preparazione al prossimo successo. E questo è verissimo. Verrebbe però da ricordare che vale anche il contrario, cioè che ogni fortuna incarna futuri problemi: molto spesso questo dettaglio si trascura accuratamente, appunto perchè non è “positivo”.

D’altro canto però l’attitudine dal contadino Sei Weng ci insegna qualcos’altro. Egli non si abbatte né si entusiasma di fronte agli eventi. Assume cioè un atteggiamento equanime.

Equanimità.

Il maestro di meditazione Vipassana Goenka arriva addirittura ad affermare che la equanimità è tanto importante quanto lo è la attenzione consapevole, come le due ali di un uccello: senza una delle due, l’uccello non potrà mai volare. [2]

Personalmente non credo sia così, ma sicuramente la equanimità è il risultato di un serio lavoro personale basato sull’osservazione consapevole, che col tempo ci rende più coscienti di quanto ingenuo sia identificarsi con i fatti della vita che si susseguono, sia quelli positivi che quelli negativi.

Di fronte agli eventi il contadino Sei Weng non sembra provare né esaltazione per le incredibili fortunate coincidenze né disperazione per le disgrazie altrettanto casuali che lo colpiscono.

Tra lui e gli eventi esiste una distanza che fa sì che gli eventi non lo fagocitino, né che lui si identifichi con essi. Esiste una neutralità.

Con gli anni, se abbiamo fatto un lavoro di introspezione secondo uno dei tanti (seri) percorsi disponibili (non necessariamente Mindfulness),  un po’ alla volta facciamo nostra questa neutralità.

Questo non significa non lasciarsi andare alla felicità, né non provare avversione per la disperazione. Siamo esseri emotivi e la moderna neurofisiologia mostra che il nostro corpo è proprio fatto per modificarsi in funzione di eventi piacevoli e spiacevoli [3]. Vale a dire che madre natura ci ha fatto per emozionarci, esaltarci, disperarci. Ma come ci sentiamo davanti alle immagini che scorrono sullo schermo di un cinema? Sicuramente ci saranno film che ci prenderanno più di altri ma mai penseremo che “io sono nel film”. Questo è quello che vive più o meno il contadino Sei Weng di fronte ai fatti della vita.

La Mindfulness è un potente strumento per lo sviluppo dell’equanimità. Come?

Durante la nostra pratica Mindfulness sperimentiamo anzitutto il piacevole e lo spiacevole nel corpo. Anche se (fortunatamente spero per voi, lettori) non avete un corpo malato, il corpo che non si muove per un po’, prima o poi, fa male qua o là. Poi lo stesso corpo entrerà in uno stato di profondo rilassamento, che ovviamente ci fa star bene. In altre situazioni percepiremo una sensazione “insipida” (neutrale). Come reagiamo di fronte a questi eventi? Che atteggiamento abbiamo? La Mindfulness dice: continua a sentire il tuo corpo, a percorrerlo e a non identificarti con la sensazione piacevole, spiacevole o neutra. Semplicemente vivila ma non giudicarla, per quanto possibile.

Credo sia intuitivo cosa stiamo cercando di fare: il praticante Mindfulness fa uno “sforzo” (e questa parola meriterebbe almeno un intero articolo) volontario per restare qui con quello che è. Se interpreta la sensazione fisica piacevole o spiacevole che sia, categorizzandola, oppure portandosi con la memoria ad un evento passato o possibile futuro, si sarà già allontanato dal presente. Sarà “andato nella mente”, dove il giudizio regna sovrano, il corpo non sarà più l’oggetto delle sue attenzioni e la possibilità di vivere il presente senza giudizio sarà fortemente compromessa. E la Mindfulness è per definizione: vivere il presente senza giudicarlo.

A questo c’è da aggiungere che il vivere la sensazione così com’è apporta un’altro significato altrettanto profondo: prima o poi la sensazione se ne va.

Più in là il praticante Mindfulness incomincerà ad avere lo stesso atteggiamento nei confronti dei propri sentimenti, intendendo con questo i processi mentali fecondati da emozioni di qualunque tipo. Ed anche queste emozioni prima o poi si dissolveranno, come nuvole nel cielo.

Con il tempo questo processo non si limiterà alla sessione di pratica formale ma permeerà la vita del praticante Mindfulness. Gli effetti della equanimità viene testata oggi nei laboratori del mondo intero sotto il nome di resilienza [4]. Quando infatti si dice che la Mindfulness sviluppa la resilienza nel praticante si fa implicito riferimento all’equanimità, il saper creare quella distanza che è alla base della nostra capacità di riprenderci dai tristi ed inesorabili eventi nella vita.

Ecco perché non è corretto definire la Mindfulness come una pratica per il benessere psicofisico (anche se il benessere rientra tra gli effetti collaterali del praticarla), ed è un grosso errore venderla come tale: la Mindfulness è piuttosto uno strumento di crescita personale che sviluppa “competenze” oggi essenziali ed è un modo di affrontare la vita con i suoi alti e bassi che sempre esisteranno, sia che io pratichi la Mindfulness sia che non lo faccia. 

La differenza tuttavia risiede nella frequenza degli alti e bassi, nel tempo che impiego a riprendermi da una caduta, nel modo in cui ricevo un successo e quindi, in ultima analisi, nel modo in cui vado costruendo su ciò che già ho costruito, pezzo di vita dopo pezzo, mattone dopo mattone. In tutto questo l’attenzione consapevole è lo strumento principe che utilizziamo. L’equanimità del contadino Weng Sei verrà da sola e si consoliderà nel tempo.

Si potrebbe obiettare che l’equanimità toglie il sale alla vita. Che ci allontana, oltre che dal dolore, anche dalla felicità. Può essere che sia così. Ma qui, e lascio che troviate voi una risposta a questa domanda, vorrei chiedervi: cosa intendiamo per felicità? In funzione della risposta che diamo, potremo dire se effettivamente l’equanimità è una rinuncia alla felicità. E per esplorare le possibili risposte suggerisco un esercizio: per una settimana, proviamo a riassumere a fine giornata quello che ci è successo e domandiamoci qual è stato il momento più felice, cerchiamo di ricordarne le qualità, “il sapore” o addirittura se ha prodotto in noi una sensazione fisica. Incominceremo con scoprire che esiste una felicità “pensata” ed una vissuta e le due non necessariamente coincidono nelle condizioni e nell’energia delle loro manifestazioni.

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C’era una volta un vecchio contadino di nome Sei Weng che aveva lavorato i suoi raccolti per molti anni. Un giorno il suo cavallo fuggì. Dopo aver sentito la notizia, i suoi vicini andarono a trovarlo e dissero comprensivi: “Che sfortuna”.

“Forse”, rispose il contadino.

La mattina dopo il cavallo tornò, portando con sé altri tre cavalli selvaggi. “Che meraviglia”, esclamarono i vicini.

“Forse”, rispose il vecchio.

Il giorno seguente, suo figlio provò a cavalcare uno dei cavalli selvaggi, fu scaraventato a terra e si ruppe una gamba. I vicini tornarono per esprimere al vecchio la loro soliderietà per la sua sventura.

“Forse”, rispose l’agricoltore.

Il giorno dopo, funzionari militari vennero al villaggio per arruolare giovani uomini nell’esercito. Vedendo che la gamba del figlio era rotta, lo scartarono. I vicini si congratularono con l’agricoltore per come erano andate le cose.

“Forse” disse l’agricoltore.

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Bibliografia

[1] collection Huainanzi

[2] El arte de vivir. William Hart

[3] Neuropsicosomatica (Il nuovo paradigma della PNEI). Nitamo Federico Montecucco

[4] Vedasi ad esempio: GoogleScholar oppure Academia.edu

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