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La mindfulness è a tutti gli effetti una pratica, una modalità dell’essere che può essere allenata, così come il maratoneta allena la propria resistenza muscolare e aerobica per arrivare a correre 42 chilometri, allo stesso modo la persona che desidera sviluppare le proprie capacità di mindfulness allena la propria attenzione attraverso costanti esercizi di consapevolezza mentale.

Generalmente la maggior parte delle pratiche di mindfulness implicano una qualche forma di meditazione su cui spesso, in occidente, vi sono idee e pregiudizi errati. Può quindi essere utile definire cosa non è la mindfulness. Uno degli equivoci più comuni consiste nel ritenere come uno degli obiettivi della pratica meditativa quello di avere la mente vuota. Al contrario la mindfulness è essere consapevoli di ciò che si presenta nella nostra mente istante per istante, allenando la capacità di porre l’attenzione ad un “oggetto” posto nel qui ed ora, come ad esempio il respiro o il corpo. Un secondo errore consiste nel credere che la mindfulness implichi un ritiro spirituale dalla vita, poiché molte delle pratiche meditative sono state sviluppate da monaci o eremiti, vi è spesso lo stereotipo di una rinuncia a una vita piena e ricca di relazioni interpersonali a favore di un ritiro ascetico (Didonna, 2012). La pratica della mindfulness, al contario, favorisce la partecipazione all’esperienze della vita, permettendo di vivere con maggiore consapevolezza e pienezza il presente. Un’altra attribuzione, spesso accostata alla meditazione, è la ricerca della felicità. Nonostante sia vero che la mindfulness porti a numerosi benefici fra cui una riduzione dello stress con un conseguente miglioramento del tono dell’umore accompagnato da stati mentali piacevoli, nella meditazione di consapevolezza questi vengono osservati e notati, lasciati scorrere e fluire allo stesso modo degli stati mentali spiacevoli; lo scopo è quello di allenare la nostra attenzione e la nostra consapevolezza ad osservare ciò che si presente nel momento presente, senza trattenere ciò che è piacevole o allontanare ciò che è sgradevole (Shapiro, Carlson, Astin, 2006). Similmente la mindfulness non si presente come una via per fuggire il dolore ma piuttosto come una risorsa che favorisce la capacità di sopportarlo e accettarlo. Il dolore viene esperito e osservato favorendo il processo di separazione dalla sofferenza che deriva dalle resistenze e dal rifiuto dell’esperienza stessa, non dal dolore in sé ma dalla reazione nei confronti di quest’ultimo (Kabat-Zinn, 1990).

Bibliografia

  • Didonna F., Manuale clinico di mindfulness, Franco Angeli, 2012.
  • Kabat-Zinn J., Vivere momento per momento. Sconfiggere lo stress, il dolore, l’ansia e la malattia con la saggezza di corpo e mente, Corbaccio, 1990
  • Shapiro S. L., Carlson L. E., Astin J. A., Freedman B., Mechanisms of mindfulness, Journal of Clinical Psychology, 2006